A un mese dall’inizio della presidenza Trump, ci troviamo già davanti ad uno spartiacque: rafforzare l’Europa oggi o condannarla all’irrilevanza domani.
Di fronte alla minaccia sempre più concreata dell’arma protezionistica dovremo rispondere insieme, senza esitazioni, per difendere i nostri interessi e quelli di imprese e lavoratori che, in Emilia-Romagna, in Italia e in gran parte d’Europa, hanno la sola colpa di saper fare bene. L’Unione europea dispone degli strumenti per farlo, ora è il momento di dimostrare anche la forza politica necessaria per confrontarci con tutti i leader globali: penso agli Stati Uniti, ma anche alla Cina e all’India che, con i loro 2,85 miliardi di abitanti, rappresentano da sole più di un terzo della popolazione mondiale. Se non agiremo uniti, il nostro Paese rischia di essere uno dei primi a pagare le conseguenze della politica commerciale “America First”: gli Stati Uniti rappresentano infatti il nostro primo sbocco commerciale extra-europeo, coprendo un quarto dell’export italiano al di fuori dell’Europa, per un valore di 64 miliardi nel 2024, e un surplus rispetto alle importazioni di prodotti americani di quasi 39 miliardi. In questo scenario, se ogni Stato europeo penserà in modo miope di cavarsela da solo, ci si auto-condanna all’irrilevanza. Gli interessi italiani sono infatti gli interessi europei, perché l’impatto dei dazi è indiscriminato: anche se imposti solo in Germania, avrebbero comunque conseguenze pesanti sul sistema produttivo italiano, e viceversa. Tuttavia, dobbiamo ricordarci che le conseguenze di una guerra commerciale non si ripercuoterebbero solo su imprese e paesi che esportano: lo abbiamo già visto durante la prima Presidenza Trump, quando i dazi imposti sui prodotti europei ed italiani (dai nostri formaggi, ai liquori, dai succhi di frutta, agli agrumi, ai salumi) come ritorsione alla disputa tra Boeing e Airbus, si sono in gran parte scaricati su famiglie e imprese statunitensi, con un aumento dei prezzi al consumo. E lo stesso scenario può ripetersi già nei prossimi mesi, con l’Università di Yale che stima un aumento dei costi per le famiglie americane di oltre 1.300 dollari all’anno, come conseguenza dei soli dazi annunciati dal Presidente americano contro Cina, Canada e Messico. Per questo è necessaria una maggiore responsabilità europea, in grado di negoziare con l’Amministrazione americana per evitare una serie di dazi e contro-dazi da cui tutti usciremmo sconfitti, su entrambe le sponde dell’Atlantico. La missione di questi giorni a Washington del Commissario europeo per il commercio e la sicurezza economica, lo slovacco Maroš Šefčovič, dimostra come qualcosa stia iniziando a muoversi dal punto di vista diplomatico. Non si tratta certamente di una missione risolutiva, ma comunque di un primo passo che dimostra come l’Europa possa giocare questa partita da protagonista. Perché come ci ha ricordato Mario Draghi proprio qui, in Parlamento europeo, non possiamo più limitarci a dire di no a tutto, pur di difendere il proprio tornaconto. Se invece vogliamo dimostrare di essere in grado di rispettare i valori fondamentali per i quali è stata creata l’Unione europea, è giunto il momento di fare qualcosa: superamento del diritto di veto, passare da un’Unione monetaria ad una più efficace Unione politica, diversificare i mercati. Sono solo alcune delle scelte strategiche che permetteranno all’Unione europea di essere all’altezza di competere con nuove e vecchie potenze.