Negli ultimi decenni il mondo ha assistito a un allarmante declino delle specie vegetali coltivate per usi alimentari. Si stima che, delle circa 75.000 specie di piante commestibili utilizzate in passato nell’alimentazione dell’uomo, oggi ne esistano solo 30.000, e soltanto 200 sono coltivate su scala significativa.
Considerando che sono cinquanta le specie coltivate presenti abitualmente nei supermercati moderni – di cui quindici coprono il 90% dei fabbisogni alimentari – in questo gruppo sono solo tre piante (frumento, riso e mais) a coprire i due terzi del fabbisogno mondiale. Questi dati aiutano a comprendere quanto la biodiversità alimentare sia realmente minacciata: l’agricoltura moderna ha infatti privilegiato poche specie vegetali ad alto rendimento, trascurando la diversità. Coltivazioni come mais, riso, grano e soia dominano i campi di tutto il mondo, mentre molte altre specie sono cadute in disuso. Se da un lato questa pratica aumenta la produttività a breve termine, dall’altro riduce la variabilità genetica delle colture, rendendole più vulnerabili alle malattie e ai cambiamenti climatici.
La perdita di specie vegetali coltivate contribuisce all’impoverimento della biodiversità globale, dove ogni specie ha un ruolo unico negli ecosistemi, e la sua scomparsa può avere effetti a catena su altre specie e sull’ambiente. Ricordiamo inoltre che la coltivazione di una gamma più ampia di specie vegetali è sempre stata la soluzione migliore per ridurre il rischio di fallimenti dei raccolti.
In questo contesto è importante quindi promuovere sia la conservazione delle varietà locali e tradizionali, sia istituire banche del seme che possano garantire in futuro la possibilità di recuperare biodiversità perdute. Anche il consumatore deve fare la sua parte, privilegiando una dieta varia, fondamentale per una vita sana e longeva. La monotonia alimentare infatti non garantisce al nostro corpo l’apporto ottimale di tutti i nutrienti di cui a bisogno per funzionare correttamente.