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INTERVISTA A SIMONA CASELLI, CAPO AFFARI EUROPEI LEGACOOP

A un anno dal nostro ultimo incontro qui su Sementi News abbiamo avuto occasione di parlare di nuovo con Simona Caselli, con un aggiornamento sui temi trattati e una panoramica sulle problematiche riscontrate in questi mesi.

Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. La nuova Commissione, il dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura, le proteste degli agricoltori. Cosa è successo?

Per ricontestualizzare, a seguito delle proteste la nuova Commissione Von Der Leyen ha messo in pratica una serie di azioni per fronteggiare i problemi sollevati dal settore. Il dialogo strategico – che ha coinvolto esperti stakeholder ed esponenti della filiera agroalimentare, coordinati dal Professor Peter Strohschneider ha definito le grandi linee programmatiche sulla base delle quali il Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Christophe Hansen ha costruito la vision per il futuro dell’agroalimentare, presentata il 17 febbraio 2025; un documento alquanto apprezzato per il suo approccio più snello su certi temi caldi, come i fitosanitari.

Come è poi evoluta la situazione?

A luglio è arrivata una serie di provvedimenti che smentiscono i punti programmatici definiti in precedenza: il quadro finanziario pluriennale, il budget europeo dal 2027 al 2034 presentato da Von Der Leyen, si può definire una doccia fredda per il settore, che nessuno si aspettava. I problemi sono due. 

Il primo è che la PAC viene diluita in un unico fondo, insieme ad altri tipi di politiche diverse tra loro, come quelle di coesione (infrastrutture, sociale, formazione), e di questi fondi (ca. 865 mld di euro), solo 300 sono destinati all’agricoltura. Non si parla di sviluppo rurale. Il resto delle risorse verrà gestito liberamente dagli stati membri. A livello politico si perde il senso della PAC, strumento di coesione e visione collettiva; a livello pratico, ogni paese gestirà autonomamente la ripartizione dei fondi andando così a creare frammentazioni, disequilibri e concorrenze sleali all’interno del mercato unico. C troveremo inoltre in una situazione in cui, per esempio, le necessità legate allo sviluppo rurale dovranno scontrarsi con le volontà di altri settori (sanità, casa) creando a mio parere tensioni pericolose, poiché sono coinvolti gli interessi legittimi di vari esponenti della società e le risorse sono comunque minori stanziate nel budget attuale. Una situazione paradossale se inserita nel quadro di un bilancio UE con un aumento di investimenti rispetto al passato, ambizioso, ma che in tutta evidenza non contempla la centralità del mondo agricolo.

La seconda problematica?

La PAC stessa. Si è arrivati a temere che non ci sarebbe stato nemmeno un regolamento dedicato, poi Hansen si è imposto. È stata definita una nuova PAC senza tenere in conto dei risultati di quella odierna, non ancora revisionata, procedimento imposto dai trattati europei. Si dà quindi per scontato che i piani strategici nazionali vadano bene, ma a dir la verità hanno dato risultati molto diversi a seconda dei paesi, per cui già oggi gli agricoltori non hanno le stesse opportunità. La PAC odierna aveva però almeno regole più sicure ed elementi comuni. La situazione che abbiamo davanti invece ci prospetta meno fondi ed il rischio di maggiori disuguaglianze e frammentazione del mercato unico.

Anche se la PAC mi preoccupa meno, perché deve passare dalla doppia consultazione di Parlamento e Consiglio, per cui ci sono margini di miglioramento nei due anni che abbiamo davanti. Il Budget pluriennale invece viene discusso solo dal Consiglio degli Stati Membri ed il Parlamento europeo alla fine può solo dire sì o no; è quindi questo il fronte più urgente dell’azione politica da fare nei prossimi mesi a difesa del settore.

Una situazione da inserire all’interno di un contesto già complicato.

Sì, oggi ci vorrebbe un’Unione Europea forte, in un contesto internazionale molto destabilizzato e con i rischi alla sicurezza che stiamo correndo, ed invece si rischia la nazionalizzazione di interi settori, tornando indietro di 80 anni. Questo mi allarma, come Legacoop e come mondo agricolo. Gli Stati più preoccupati dalla situazione internazionale potrebbero, ad esempio, destinare le risorse ancora non allocate solo alla difesa, ignorando lo sviluppo rurale che andrebbe invece ripristinato: una situazione mai vista in Europa. 

In pratica, per le nostre Cooperative le conseguenze impatterebbero su ricerca, conversioni al biologico, lotta integrata, fondi per la montagna, investimenti di filiera. Tutto questo in un contesto di grandi difficoltà: il cambiamento climatico, i rischi ambientali, i cali di produzione, e i dazi per un paese esportatore come il nostro, l’accordo sbilanciato con gli Stati Uniti. 

Non voglio minimizzare il problema della difesa, fondamentale ora, ma anche il cibo e l’autonomia della produzione agroalimentare europea sono strategici per la difesa, e la PAC ha raggiunto proprio questo scopo: portare l’Europa a produrre – escluse le proteiche – tutto quello che le serve.

Nessuna buona notizia?

Una c’è, perchè nell’altro fondo, quello per la competitività, l’Horizon Europe è stato raddoppiato e compare una parte rilevante dedicata all’agricoltura. Anche se si parla di progetti più complessi da affrontare rispetto a quelli che passavano per lo Sviluppo rurale regionale. 

Parliamo di manodopera.

Uno dei pilastri della PAC è la gestione dell’occupazione. Bisogna investire nella formazione dei lavoratori, sia quella di base che specifica. A livello immediato è necessario creare un dialogo con le regioni. In questo senso si inserisce anche un problema serio di invecchiamento.

Parliamo ora di applicazione delle politiche europee. Cosa si è fatto in ottica di semplificazione?  

Per l’annualità del 2026, la DG AGRI (Direzione Generale dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale) ha proposto una serie di pacchetti di semplificazione, per esempio sulla rendicontazione e l’interoperabilità dei dati per evitare inutili ripetizioni di segnalazione di informazioni da parte degli agricoltori. Sono state semplificate le buone pratiche agricole di sostenibilità e rese più chiare. In questo modo vengono sfoltiti gli indicatori e aumentati i tempi in un’ottica di minore burocrazia nei confronti dei piccoli agricoltori, con un sistema basato sulla fiducia. Il segnale, anche per la nuova PAC – è un passaggio da un sistema di condizionalità – i fondi vengono erogati dopo aver applicato certe pratiche – a uno di incentivazione. Dopo l’approvazione, i miglioramenti saranno tangibili.

Un anno fa abbiamo parlato delle TEA, a che punto siamo?

Il testo sulle TEA è fermo al Consiglio degli Stati Membri. Durante il semestre di presidenza della Polonia è stato fatto un ottimo lavoro, con un testo votato dalle rappresentanze diplomatiche. Ora vanno accorpati, nei “Triloghi”, il testo del Parlamento e del Consiglio. Il costo del compromesso sarà che qualche Paese potrà tirarsi fuori dall’applicazione della normativa, ma sono pochi i contrari. 

Sulle TEA la mia posizione rimane la stessa e la ribadisco: io sono stata oppositrice degli OGM per il loro impatto sulla biodiversità e per la questione della proprietà dei brevetti; ma per le TEA è diverso: la biodiversità non è minacciata, perché il corredo genetico rimane tale, e la ricerca è perlopiù pubblica.

Quali sono le sue parole d’ordine quest’anno?

Per prima cosa unità dell’Unione Europea. Bisogna probabilmente rivedere i trattati per rafforzare le politiche comuni ed impedire che anche un solo piccolo stato blocchi provvedimenti importanti. Per il settore agricolo, innovazione. Un’altra parola importante è geografia: nel nostro approccio all’export bisogna probabilmente spostare le scelte dei mercati. Nel momento in cui partner storici decidono di ostacolarci, bisogna trovare nuovi mercati come Indonesia, Messico, Australia, Nuova Zelanda, Vietnam, Corea. Tutti paesi con cui o si sono già creati accordi o si stanno costruendo rapporti. L’internazionalizzazione va quindi reindirizzata. Infine digitalizzazione: è fondamentale gestire dati e informazioni, anche in funzione dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo abituarci a parlarne ed agire rapidamente.

Un messaggio finale ai Soci C.A.C.?

I Soci C.A.C. hanno la fortuna di fare parte di una Cooperativa storicamente portata all’innovazione e con una forza di aggregazione unica. Devono essere parte attiva nel far sentire la propria voce nelle consultazioni pubbliche della Commissione Europea. In questa fase è fondamentale. La Cooperativa protegge – stare insieme è molto meglio che stare in un mare agitato – e aiuta a concentrare le energie per creare un futuro migliore.

L'importanza di essere certificati

Uno sviluppo sostenibile