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LE PAROLE DI CRISTIAN MARETTI, PRESIDENTE LEGACOOP AGROALIMENTARE

INTERVISTA A CRISTIAN MARETTI, PRESIDENTE LEGACOOP AGROALIMENTARE

  1. Quali sono stati i passaggi più importanti per il rispetto e la tutela dellambiente in campo agroalimentare nella sua esperienza? 

Fin dagli anni ’60, per questioni di ampliamento dei mercati e della competitività, il sistema agroalimentare si è espanso grazie alla rivoluzione verde e alla ricerca genetica, con un aumento conseguente delle rese per ettaro. Negli anni ’80 si è però capito che quel tipo di agricoltura aveva dei limiti. Dal punto di vista culturale e di percezione, ritengo quindi fondamentali la maggiore attenzione relativa all’utilizzo di fitofarmaci, lasciando spazio alla lotta guidata e alle concimazioni mirate in base alle fasi di crescita della pianta; contemporaneamente all’avanzamento della chimica molecolare per prodotti più sicuri e sostenibili. Oggi ci troviamo invece su una frontiera ancora più avanzata grazie alle colture biologiche, che potremmo vedere come una conseguenza di questi avanzamenti: l’agricoltura rigenerativa e i prodotti di origine naturale sono tutti grandi risultati di un approccio sostenibile all’agricoltura. È una visione circolare all’interno di un mondo complesso.

2.  Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata una priorità per tutto il settore agroalimentare. Quali sono oggi le principali sfide ambientali che le cooperative agricole italiane devono affrontare?

La sfida più grande è il cambiamento climatico. È un discorso ampio, che riguarda tutti gli attori della filiera. Parliamo quindi di mitigazione delle emissioni agricole, con il grande ruolo dell’agricoltura nella gestione organica del terreno e, nelle catene di trasformazione, invece, della necessità di un uso massivo delle rinnovabili, dal solare all’eolico, di una gestione sempre più oculata dell’accumulo energetico e dei picchi, e di una capacità di adattamento alle condizioni esterne, dal miglioramento delle pratiche agronomiche ai sistemi irrigui, fino alle nuove tecniche genomiche. 

3. Come si concilia allora la necessità di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni agricole con l’esigenza di mantenere redditività e competitività per le imprese associate?

È un equilibrio complicato, un lavoro quotidiano che necessita di collaborazione istituzionale tra i vari livelli della governance. Le imprese cooperative, quelle più solide, possono dare una mano con la loro visione e i loro bisogni per lavorare al meglio sui territori dove sono insediate. Quello che dobbiamo trasferire ai decisori è la necessità di formulare una sintesi funzionale e pratica delle richieste del settore.

4. La gestione della risorsa idrica è una delle questioni più urgenti per il settore. Quali politiche e pratiche considera prioritarie per garantire un uso più efficiente dell’acqua in agricoltura?

Il bisogno primario è avere delle infrastrutture flessibili. Nei prossimi anni alterneremo periodi di siccità a momenti di eccesso d’acqua. Dobbiamo quindi essere in grado di creare un’infrastruttura territoriale – dalla montagna alla pianura – che servirà per resistere alle diverse tensioni. Queste infrastrutture sono costose, e non possono farsene carico le singole imprese. Serve una visione politica comune.

5. Innovazione tecnologica e sostenibilità procedono sempre più insieme: agricoltura di precisione, digitalizzazione, sensoristica. Quanto stanno investendo le cooperative in queste soluzioni e con quali risultati?

Tutte le principali cooperative stanno investendo in energie rinnovabili. Alcuni esempi sono le nuove esperienze di tecniche genomiche, innovativi formulati chimici per la protezione delle piante, le nuove varietà introdotte seguendo i gusti e le esigenze dei consumatori.

6. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale?

Anche in questo caso abbiamo grandi innovazioni. Si apre però un altro importante dibattito, che non riguarda né le cooperative né l’Italia. Infatti, più che fare ricerca diretta, le aziende assumono modelli esterni forniti dai grandi player internazionali che detengono il monopolio di queste tecnologie. Qui la cooperazione può portare la sua voce chiedendo una collaborazione più ampia a livello europeo, in modo da fornire a cittadini e imprese sistemi comparabili, ma alternativi a quelli di Stati Uniti e Cina.

7. Qual è linnovazione tecnologica, organizzativa o culturale che ritiene più urgente introdurre nel sistema cooperativo agroalimentare italiano?

A mio parere la parola importante è scala. Da un punto di vista organizzativo abbiamo bisogno di agevolare i processi di fusione cooperativa a livello territoriale e nazionale per aumentare la dimensioni delle imprese. Solo aggregandoci possiamo liberare le risorse utili a fare investimenti per il futuro.

8. Il Green Deal e le strategie ambientali dell’Unione Europea hanno suscitato dibattiti nel mondo agricolo. Qual è il giudizio di Legacoop Agroalimentare sugli obiettivi fissati da Bruxelles e sulle modalità per raggiungerli?

Gli obiettivi erano molto ambiziosi. Il Green Deal nasceva in un momento in cui non era ancora iniziata la guerra in Ucraina, senza la volatilità di Trump e prima del blocco dello stretto di Hormuz. Quello che chiedevamo era adattare le scelte politiche ai tempi biologici del settore. In parte ci siamo riusciti. La traiettoria non è stata messa in discussione, ma devono essere sistemi replicabili e che guardino avanti negli anni. 

A volte si è verificato il rischio di penalizzare la filiera europea, ma il lavoro dei rappresentanti nei negoziati all’interno delle Commissioni è stato forte. Anche nel caso del Mercosur abbiamo preteso delle garanzie solide, in un contesto di grande volatilità a causa dei dazi di Trump. L’instabilità geopolitica non aiuta a plasmare e finalizzare nel modo opportuno piani strategici su cui spesso si lavora da decine di anni. 

9. Prossimi punti fondamentali?

Dobbiamo lavorare su una prospettiva finanziaria ragionevole per il periodo 2028-2034. Con poco più dell’1% del PIL europeo, non riusciremo a fronteggiare tutte le sfide in campo. I paesi fondatori vivono ancora nell’illusione di poter operare come singoli stati, ma la visione deve essere comune, non circoscritta a delle proiezioni nazionalistiche che provengono dal passato e che non sono più aderenti alla realtà, ancor prima delle necessità. Mi piacerebbe che l’attuale dibattito riguardasse il 5% del PIL ed il 15% nel 2050. L’agricoltura rischia di uscirne penalizzata, poiché per come sono stati strutturati i fondi, le risorse possono essere ricollocate in qualsiasi momento. Confidiamo nel lavoro del Parlamento Europeo, ma resta un quadro in cui le esigenze non sono prese in considerazione in maniera adeguata. Penso soprattutto alla gestione del rischio, alla ricerca e allo sviluppo. 

10. Un messaggio ai Soci C.A.C.?

C.A.C. è fresca di un cambio di governance importante. Il gruppo dirigente è solido, affiatato e preparato davanti alle sfide di cui abbiamo parlato. Io dico ai Soci di vedere C.A.C. come se fosse il naturale prolungamento della loro azienda agricola, poiché le sue attività sono funzionali, complementari e messe in atto per migliorare continuamente il reddito che la Cooperativa è in grado di garantire ai Soci.

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