Quando si inizia un nuovo anno si cerca sempre di scrutare il futuro per provare a intuire cosa ci porteranno i mesi a venire. Ci viene naturale farlo e non possiamo sottrarci. Sarebbe però più vantaggioso se, un attimo dopo, provassimo a chiederci come possiamo anticipare, e quindi costruire, il futuro che ci aspetta.
Senza essere presuntuosi, pensiamo però che molto di quel che accade dipende da noi, da come pianifichiamo le attività, da come organizziamo il nostro lavoro, da come ci approcciamo al mercato. E, come sfondo, da quanto abbiamo consapevolezza delle particolarità del nostro settore.
Il mondo delle sementi, lo sappiamo, ha caratteristiche tutte sue. Ma ciò non può diventare un pretesto per non guardare negli occhi i profondi cambiamenti che abbiamo di fronte e con i quali dobbiamo fare assolutamente i conti.
Prima di tutto la tecnologia: si tratta di un ambito dove l’evoluzione viaggia alla velocità della luce, ed è fondamentale cavalcarla piuttosto che subirla. Sentiamo parlare da ogni parte di intelligenza artificiale, big data, macchine sofisticate. Anche il nostro mondo deve confrontarsi con tutto ciò, avendo ben presente una cosa: la tecnologia deve servire a facilitare il ruolo delle persone, non a sostituirle.
Non dimentichiamo mai, infatti, come nel nostro settore il fattore umano rimanga inevitabilmente elemento fondamentale se si vuole lavorare sulla qualità. Come interfacciarsi allora con la tecnologia? Dobbiamo lavorare su sviluppi che sgravino le persone da quegli aspetti più fisici, meccanici e ripetitivi, per permettere loro di concentrarsi sulle parti che richiedono saper fare, che necessitano di passione, che hanno una impronta artigiana.
Per ottenere tutto ciò, appunto, la tecnologia va governata e non subita. E come settore dobbiamo sempre più essere presenti nei luoghi dove si determinano gli ambiti di ricerca delle nuove tecnologie.
Parallelamente dobbiamo sviluppare nuovi modi di valorizzazione delle capacità delle persone, di creazione di ambienti di lavoro che stimolino la creatività di ognuno, di percorsi formativi che li mettano in un rapporto di dominanza nei confronti della tecnologia. E, ancor più a fondo, dobbiamo avere la capacità di poter far coniugare il lavoro con le singole esigenze di vita, creando nuovi strumenti di conciliazione, immaginando nuovi modelli in cui tempi di vita e tempi di lavoro siano vicendevolmente rispettevoli.
È questa utopia? Forse, ma abbiamo il dovere di lavorarci su. Senza il saper fare delle persone, né in campagna né negli stabilimenti, non avremo la possibilità di garantire una solida continuità, come C.A.C. e i suoi Soci hanno costruito in questi ormai 80 anni di storia. Guardiamo quindi a questo 2025 come a una finestra sul futuro che vogliamo costruire, rimboccandoci le maniche per contribuire, nel nostro piccolo, a realizzarlo.